• Il lavoro tradito

    Tra qualche giorno, in uscita per Academ Editore, il mio nuovo libro “Il lavoro tradito. I numeri drammatici dell’occupazione giovanile e qualche idea per la nuova politica“.

    Qualche anticipazione ….

    Quello che sembra un dato positivo del lavoro nasconde invero una realtà più complessa e articolata. Infatti, se è vero che le ultime rilevazioni dell’ISTAT segnalano un aumento in un anno di 156 mila occupati, purtroppo sono ancora i contratti a tempo a fare da traino (+409 mila). E nei contratti a tempo quante situazioni precarie e quanti voucher si nascondono? Una tipologia d’impiego difficilmente qualificabile come dignitosa. Si pensi che, addirittura, solo nel 2016 coloro che sono stati impiegati attraverso i “voucher” hanno lavorato per un totale di 1.770.554 giornate.

    Invece, quello che sembra un dato negativo forse non lo è completamente.  Infatti, l’aumento della disoccupazione, arrivato a gennaio all’11,1%, in realtà comprende coloro che finora avevano completamente smesso di cercare un lavoro e che oggi, invece, ricominciano a cercarlo. E i giovani? Sembrerebbero più presenti nel mercato del lavoro con un tasso di disoccupazione che, in valore assoluto, scende al 31,5%, ma la “qualità” del lavoro lascia ancora a desiderare, nonostante le dichiarazioni entusiastiche di questi ultimi mesi, essendo anche – anche in questo caso – in prevalenza i contratti a termine. Aumentano, invece, di 37 mila le donne che lavorano toccando un tasso di occupazione che arriva al 49,3%. Ancora sempre troppo basso rispetto al resto d’Europa e a paesi come Germania o Francia dove si aggira intorno al 70%.

  • “Non lasciate che gli altri decidano per voi”

    Care ragazze, cari ragazzi,

    nei giorni scorsi, a Otto e Mezzo, su La7, ho visto l’ultimo sondaggio sulle intenzioni di voto e sono rimasto, ancora una volta, colpito da quel 47% di under 25 che non sarebbe intenzionato a recarsi alle urne in occasione delle prossime elezioni politiche.

    Questo dato merita una riflessione anche se penso di poter comprendere le ragioni che portano ad un “sentimento” di disaffezione. Orami già qualche anno fa, in seguito ad alcuni studi che abbiamo fatto condurre da istituti di ricerca, ho capito che i giovani partecipano dove gli viene data reale opportunità di farlo, ma in particolare dove comprendono che la loro partecipazione porta ad un risultato concreto. Da questo deriva anche l’importante coinvolgimento dei giovani all’interno delle associazioni.

    Le nuove generazioni cercano il riconoscimento del merito, non scorciatoie. Cercano opportunità.

    Di battaglie, in questi anni, ne sono state fatte tante in questa direzione, con risultati alterni ma un dato certo. I giovani hanno cercato, sempre, di affermare la loro presenza il loro impegno, le loro idee, le loro proposte. Non sempre sono stati ascoltati.

    In alcuni casi hanno potuto partecipare a percorsi di cittadinanza attiva, in altri casi sono stati i protagonisti di percorsi di dialogo strutturato. Ma questo, lo so, non basta. C’è molto altro da fare.

    Un bell’esempio di cittadinanza attiva è quello del Forum Nazionale dei Giovani, ed è anche per questa esperienza – per quello che in tanti anni, con tantissime associazioni e migliaia di giovani, siamo riusciti a fare –  che mi piace, ancora una volta, mettere in relazione la partecipazione con l’associazionismo.

    Ho sempre creduto nell’importanza dell’associazionismo, soprattutto di quello giovanile. Ci ho investito (come hanno fatto tanti altri ragazzi e ragazze) gran parte delle mie energie e del mio tempo libero, perché associazionismo e terzo settore sono importanti, molto importanti.

    Il mondo si cambia anche e soprattuto dal basso, non solo dall’interno delle Istituzioni. Ma il livello istituzionale è essenziale in una democrazia. Vi dico questo, perché non si possono scindere le due cose.

    L’associazionismo è importantissimo, fondamentale per il nostro Paese, e spesso le associazioni sono composte prevalentemente da giovani. Una generazione che, in larga parte, è delusa dalla politica e difficilmente tende a farsi coinvolgere. Ma dovete essere voi ad invertire questa tendenza, ad occuparvi direttamente di politica nell’accezione più alta e importante del termine.

    Non fatevi sconfortare. Non andare a votare è la cosa più sbagliata che possiate fare.

    A voi rivolgo un forte appello: partecipate, perché siete voi a dover determinare il vostro futuro, non lasciate che gli altri decidano per voi.

    È vero che negli ultimi decenni hanno fortemente condizionato, in senso negativo, il vostro (nostro) futuro ma siamo accora in tempo a cambiare le cose. E l’approccio fondamentale è quello di non delegare ad altri la scelta, cosa che fareste decidendo di non esercitare il vostro diritto-dovere di voto.

    Il 4 marzo, anche voi, provate a smentire l’affermazione che l’Italia “non è un Paese per giovani”.

  • Incentivare i giovani a restare in Italia, per dare un futuro migliore a questo Paese

    L’indimenticabile Massimo Troisi nel film “Ricomincio da tre” rispondeva durante un viaggio a chi cortesemente gli chiedeva se fosse per caso un emigrante:  “Ma perché, un napoletano non può viaggiare, può solo emigrare?”

    Trent’anni dopo ad emigrare non sono solo i meridionali: la Lombardia, con quasi 23 mila partenze, si conferma la prima regione da cui gli italiani hanno lasciato l’Italia alla volta dell’estero, seguita dal Veneto (11.611), dalla Sicilia (11.501), dal Lazio (11.114) e dal Piemonte (9.022). Non più con una valigia di cartone, ma con l’iPad, personal computer e magari con una laurea in tasca, giovani di un po’ tutte le regioni italiane, lasciano il nostro Paese in cerca di un futuro e di un lavoro dignitoso.

    Dal rapporto 2017 “Italiani nel mondo” della Fondazione Migrantes della Conferenza episcopale italiana, emerge che da gennaio a dicembre 2016 le iscrizioni all’Aire (Anagrafe italiani residenti all’estero) per solo espatrio sono state 124.076 (+16,547 rispetto all’anno precedente, che a sua volta aveva visto un incremento del 15,4%), di cui il 55,5% (68.909) sono maschi. Oltre il 39% di chi ha lasciato l’Italia alla volta dell’estero nell’ultimo anno ha un’età compresa tra i 18 e i 34 anni (oltre 9 mila in più rispetto all’anno precedente, +23,3%); un quarto ha tra i 35 e i 49 anni (quasi +3.500 in un anno, +12,5%).

    Questi sono dati che dovrebbero far riflettere la politica e non solo in questo periodo di campagna elettorale. Sono dati a cui non possiamo assistere silenti, perché far passare il concetto che è meglio “scappare” altrove è qualcosa di profondamente ingiusto e sbagliato.

    Mi fa rabbia pensare che un’intera generazione sia stata condannata a non avere un futuro, mi fa rabbia pensare che questo Paese non possa offrire opportunità stabili di crescita e di riscatto, mi fa rabbia pensare che qualcuno “ha deciso” che, a distanza di decenni dalla prima emigrazione, l’unica soluzione sia quella di fare la valigia ed andare altrove, facendo tornare di moda l’Australia, gli Stati Uniti, i Paesi del nord Europa, ma soprattutto il Regno Unito che, nonostante la Brexit, registra un primato assoluto tra tutte le destinazioni della nuova emigrazione.

    Mi fa rabbia, perché andare via vuol dire arrendersi e la nostra (la mia) generazione non si può arrendere, ma deve reagire.

    È anche per questo che leggere, anche su autorevoli testate giornalistiche, inviti neppure troppo velati a lasciare il nostro Paese mi stupisce, ma forse neanche troppo, e mi fa tornare alla mente la lettera che nel 2009 Pierluigi Celli scrisse al figlio, dal titolo “Figlio mio, lascia questo Paese”.

    Se il tasso di disoccupazione giovanile è più alto di quello della popolazione adulta è anche, perché i giovani sono vittime di scelte politiche poco lungimiranti, o meglio di decisioni mai prese, rinviate per troppo tempo, scelte spesso esclusivamente demagogiche, che hanno avuto come effetto principale solo quello di far sì che i giovani italiani neo assunti siano i meno retribuiti e i meno garantiti.

    Qualche anno fa, con molte concrete iniziative promosse dal Forum Nazionale dei Giovani, abbiamo cercato di far comprendere che lunghi periodi di disoccupazione e inattività, soprattutto sul versante della formazione, possono lasciare in chi è oggi giovane, profonde cicatrici, ovvero ridurre nel futuro i suoi livelli di reddito, la validità di competenze, l’occupabilità e anche lo stato di felicità e salute. Tutto questo crea ulteriore scoraggiamento, mancanza di voglia di impegnarsi nello studio e, sempre più spesso, il relativo rifugio in una realtà virtuale, nei social network, che isolano i ragazzi ancora di più dal resto del mondo e dai concreti impegni quotidiani.

    Il compito più impegnativo oggi è dunque quello di riuscire ad aiutare i giovani a ritrovare fiducia e speranza nel futuro. Non è facile, se la disoccupazione è così elevata. La classe politica che ha governato nell’ultimo ventennio ha rubato alla mia generazione un futuro di cui i giovani devono cercare ora di riappropriarsi, attraverso una profonda (auto)riforma della stessa politica.

    Serve che la politica, come diceva Alcide De Gasperi (che mi piace ricordare a 70 anni dall’approvazione ed entrata in vigore della nostra Costituzione), guardi alle prossime generazioni e non solo alle prossime elezioni. Serve che la prossima legislatura sia una legislatura “costituente” per riformare il Paese, dando un netto taglio a privilegi, clientelismi e baronie.

    E allora in questo Paese si dovrebbe parlare molto di più di ricerca, perché la “fuga” dei cervelli resta il fenomeno migratorio simbolo. Mi sembra impossibile che non ci siano risorse per finanziarla, in modo dignitoso, garantendo assegni di ricerca che possano consentire il giusto sostentamento a chi è impegnato in questo ambito che tanti risultati ci ha garantito negli anni.

    Se vogliamo garantire un futuro a questo Paese, i giovani vanno concretamente persuasi a restare, vanno convinti che nella nostra Italia, che si conferma fra i Paesi al mondo con il più elevato tasso di anzianità, c’è ancora spazio per riconoscere e premiare la “meritocrazia”. Abbiamo professionalità che il mondo ci invidia, anzi si prende, e noi facciamo poco o nulla per trattenerle.

  • Il futuro è dei giovani. La mia ultima riflessione da ‘giovane’.

    Dare continuità alle politiche per l’infanzia e l’adolescenza ed a quelle per i giovani, dotandoci anche di strumenti legislativi e figure istituzionali di riferimento. Lascio con il rammarico della Legge Quadro sulle Politiche Giovanili. Ho vissuto dodici anni indimenticabili, unici, irripetibili.

    Alessandro Magno morì a 33 anni, intossicato dall’elleboro bianco, che veniva usato dagli antichi con la credenza che scacciasse i demoni dal corpo, ma aveva avuto il tempo di conquistare un impero, viaggiare fino ai limiti del mondo conosciuto, contemplare la vita e anche la morte, cosa che secondo il poeta Alfonso Gatto, devono  fare gli occhi di un giovane. Wolfgang Amadeus Mozart se ne è andato a soli 35 anni, dopo aver donato al mondo musica immortale. Stesso destino di Garcia Lorca, le cui parole scaldano ancora i cuori sensibili.

    Va anche detto però che il generale Custer quando massacrò donne, vecchi e bambini sul fiume del Sand Kreek, aveva solo 20 anni. L’imperatore Caligola, a termine della sua breve e dissennata vita, lasciò in eredità solo follia e crudeltà gratuita.

    L’essere giovani non è insomma necessariamente sinonimo di merito, talento e statura morale.

    Il problema sorge però, in particolare in Italia, quando è un’intera classe politica e dirigente a rassicurare di essere giovane dentro, senza più esserlo, e forse senza mai esserlo stato, pur di non mollare il potere, le cariche e talvolta sontuosi privilegi. Determinando in tal modo quell’incancrenirsi della vita pubblica che passa sotto il nome di gerontocrazia. Ovvero l’esclusione dalla vita pubblica, e dai mestieri delle le nuove generazioni, condannate al ruolo di comparse in un presente senza futuro.

    Scriveva Eugenio Montale in Trentadue variazioni, nel 1973: ‘’I giovani che si agitano un po’ dovunque non se ne rendono forse conto, ma il loro vero problema non è né sociale né economico. A loro non interessa più nulla, ecco il fatto’’.

    Per nulla togliere alla straordinaria capacità di leggere il mondo da parte del grande poeta, io la vedo diversamente.. E lo vorrei dimostrare con i numeri, quelli che noi del Forum abbiamo raccolto con l’Anci nella ricerca di Cittalia. Da essa emerge chiaramente che i giovani partecipano quando hanno l’opportunità di farlo, dove la politica è più umana e accessibile. Partecipano dunque alla vita politica e sociale del loro comune, ritenuto dal 90% dei giovani interpellati come l’istituzione più prossima al cittadino e in grado di rispondere in modo più efficace alle loro necessità.

    E ancora: sono oltre 26mila i giovani impegnati politicamente a livello locale, un dato in crescita rispetto al 2008.

    Parliamo di sindaci e vicesindaci, assessori, consiglieri che hanno un’età compresa tra i 18 e i 35 anni. Il 70% di questi ultimi si concentra soprattutto nei piccoli comuni con meno di 5mila abitanti.

    E poi vanno fatte altre considerazioni. Sono scomparse le scuole di formazione politica, che hanno segnato la storia del novecento. Le vecchie sedi di partito, luoghi dove la politica entrava nel quotidiano e coinvolgeva anche tantissimi giovani. Luoghi dove certo la politica diventava anche cieca ideologia, o professione fine a se stessa, però diciamocelo, la politica è una professione in senso di competenza: la macchina del governo non può essere improvvisata.

    Il mondo dell’informazione in generale non aiuta. I processi mediatici, il sensazionalismo, il talk show ridotto al pollaio, sempre le stesse facce in tv. Forse aiuterebbe se stessero più in parlamento meno negli studi televisivi.

    Qualcosa è però cambiato anche in parlamento, tanti giovani non si erano mai visti. Merito anche nostro, forse, che da anni solleviamo il problema del rinnovamento generazionale.

    E’ un dato di fatto: quello in carica è il Parlamento più giovane della storia della Repubblica italiana: con una età media di 45 anni alla Camera dei Deputati, e di 53 anni al Senato. La scorsa legislatura l’età media era rispettivamente di 54 anni e 57 anni. Ed è anche il Parlamento con il maggior numero di donne mai registrato: il 32% alla Camera e il 30% al Senato. Merito nostro? Diciamo che è merito di tutti coloro che hanno compreso che un Paese capace di futuro non può escludere i giovani dall’amministrazione della cosa pubblica.

    E soprattutto è adesso importante che i giovani in Parlamento riescano finalmente a realizzare quelle riforme attese da troppo tempo che possano garantire prospettive per tutti i giovani fuori dai palazzi.

    Serve, detto in altre parole, una classe dirigente che non sia giovane solo all’anagrafe, ma nelle azioni concrete, dimostrando audacia, coraggio, mancanza di timore reverenziale di fronte ai grumi di potere e alle rendite di posizione che bloccano il Paese; che abbia quel pizzico di follia e idealismo, caratteristiche tra le più belle e preziose della gioventù.

    Non si riflette mai abbastanza sul fatto che i patrioti e gli eroi che combatterono e sacrificarono la vita per fare l’Italia unita nella seconda metà dell’ottocento, e poi che la liberarono nel secondo dopoguerra, erano quasi tutti giovani. E non potranno che essere i giovani a far tornare grande il nostro Paese.

    C’è però un altro passaggio da dover compiere: l’equiparazione tra elettorato attivo e passivo. Questa è una battaglia di principio. Mi spiego: con la proposta di legge di modifica costituzionale, che abbiamo più volte presentato alle istituzioni, intendiamo introdurre l’equiparazione dell’età per eleggere e per essere eletti. Oggi alla Camera puoi votare a 18 anni, ma puoi essere eletto a 25.

    I giovani vanno fatti partecipare, non possono solo essere usati in campagna elettorale. Per questo ribadisco l’importanza di abbassare il diritto di voto a 16 anni. Di questa, come di molte altre proposte che potrebbero riavvicinare i giovani alla politica ovviamente non se ne parla, perché è molto più comodo così. Io ritengo invece che bisognerebbe discutere di cose concrete: il diritto di voto è un elemento chiave della partecipazione nei processi democratici.

    Alcuni studi dimostrano la correlazione tra la partecipazione precoce e durante la vita alle votazioni. L’Europa deve promuovere una cultura di partecipazione democratica, garantendo la democrazia sostenibile e partecipazione dei giovani nei processi democratici decisionali.

    L’Europa ha bisogno di concedere ai giovani i diritti che si adattano ai loro doveri, e l’Italia ne ha ancora più bisogno. Tutto questo andrebbe messo in stretta correlazione con l’equiparazione dell’elettorato attivo e passivo, e con una serie di altri provvedimenti.

    Nel 2011 il disegno di legge fu approvato all’unanimità dalla Camera dei deputati, poi tutto si è fermato. Dobbiamo insistere, fare l’ultimo sforzo.

    E’ c’è un altro fronte aperto, nel mondo delle professioni.

    Il problema del ricambio generazionale investe un po’ tutti i settori della vita pubblica.

    Questo significa che gli anziani escludono i giovani con un sistema di cooptazione molto poco meritocratico. Basta guardare ancora una volta ai numeri: l’età media dei giornalisti professionisti è di 54 anni, i medici under 35 sono solo il 12%, mentre il 56% ha più di 50 anni e 11% più di 60 anni. E poi prendiamo i notai: una professione blindata, a numero chiuso, con pensione a 75 anni. Ce ne dovrebbe essere uno ogni settemila abitanti, di notaio, ma sono la metà. La concorrenza di fatto non esiste, e le tariffe restano salatissime. E queste sono le conseguenze, anche per le tasche dei cittadini, della gerontocrazia.

    C’è chi sostiene che l’anagrafe non è di per se stessa sinonimo di onestà e competenza politica. L’inesperienza e l’eccesso d’impeto in politica può costare caro, ai cittadini. E la competenza si acquisisce con gli anni”.

    Argomento che ha una elementi di verità. Sono d’accordo che “giovane” non è una categoria morale. Ritengo però che il ricambio generazionale sia l’antidoto all’autoreferenzialità della politica e delle classi dirigenti. il problema è che un trentenne che arriva in una posizione di comando poi ci resta trent’anni. Dovremmo evitarlo.

    Memento audere semper, dovremmo tornare alla saggezza dei latini; non è necessariamente vero che con il turn over generazionale determina il rischio di disperdere preziose competenze.

    Dovremmo dare continuità alle politiche per l’infanzia e l’adolescenza ed a quelle per i giovani, dotandoci anche di strumenti legislativi e figure istituzionali di riferimento.

    In questi giorni mi sono soffermato sul dossier “DisOrdiniamo! La prima fotografia delle istituzioni centrali e delle risorse nazionali dedicate all’infanzia e all’adolescenza” realizzato dall’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza. Emerge un quadro complesso che la stessa Autorità sintetizza in tre parole: frammentarietà, invisibilità e sostenibilità. Raccolgo l’appello del Garante Vincenzo Spadafora, e lo faccio mio, sull’esigenza di una figura di riferimento che abbia il compito di coordinare una cabina di regia che raccolga tutti i soggetti istituzionali che oggi operano in materia di infanzia e di adolescenza, spesso senza un obiettivo comune.

    Il Parlamento ed il Governo, nel 2016, dovrebbero regalarci questo. Assieme ad una legislazione sui giovani, che in Italia manca. Dal 2004 ad oggi si sono succeduti diversi disegni di legge, ma non si è mai arrivati all’approvazione. Le politiche giovani, soprattutto dal 2006 in poi, si sono “evolute” soprattutto in fase di elaborazione progettuale, tanto da riuscire a colmare il gap con gli altri Paesi europei (dove in molti casi esiste un Consiglio Nazionale dei Giovani). L’Italia dovrebbe fare qualche sforzo in più.

    In questi anni, dalla fondazione ad oggi, siamo riusciti a raggiungere traguardi importanti, alcuni visibili e altri meno. Questo no, ed è per questo che lascio la piattaforma con il rammarico di non aver raggiunto l’obiettivo della Legge Quadro sulle politiche giovani. È qualcosa che serve veramente per dare ordine e maggiore rappresentanza ad una generazione e all’associazionismo giovanile. Sono certo che chi arriva saprà centrare l’obiettivo, noi le basi le abbiamo realizzate.

    È la mia ultima riflessione da “giovane”. Tornerò ad occuparmi di politiche giovanili, anche al di là del Forum Nazionale dei Giovani – che domani formalmente lascio -, perché sono convinto che il futuro di questo Paese riparta dalla cultura, dal turismo e dall’investimento sui giovani. Buon 2016!

  • L’Italia si impegni per il diritto di voto a 16 anni

    I giovani vanno fatti partecipare, non possono solo essere usati in campagna elettorale. Per questo ribadisco l’importanza di abbassare il diritto di voto a 16 anni.

    I giovani vanno fatti partecipare, non possono solo essere usati in campagna elettorale. Per questo ribadisco l’importanza di abbassare il diritto di voto a 16 anni. Di questo, come di molte altre proposte che potrebbero riavvicinare i giovani alla politica ovviamente non se ne parla, perchè è molto più comodo così. Io ritengo invece che di cose concrete bisognerebbe discutere. Il diritto di voto è un elemento chiave della partecipazione nei processi democratici. Nella maggior parte dei paesi i giovani di età inferiore ai 18 anni, quando trovano un lavoro, pagano le tasse e sono perseguibili penalmente. Allo stesso tempo, non gli è consentito loro di votare. Alcuni studi dimostrano la correlazione tra la partecipazione precoce e durante la vita alle votazioni. L’Europa deve promuovere una cultura di partecipazione democratica, garantendo la democrazia sostenibile e partecipazione dei giovani nei processi democratici decisionali. L’Europa ha bisogno di concedere ai giovani i diritti che si adattano ai loro doveri, e l’Italia ne ha ancora più bisogno. Tutto questo andrebbe messo in stretta correlazione con l’equiparazione dell’elettorato attivo e passivo, e con una serie di altri provvedimenti.

  • IL 26 FEBBRAIO 2014, DIECI ANNI DI FNG

    26Il nostro compito, verso il Paese ed i giovani, sarà compiuto solo quando riusciremo ad esportare, nelle Istituzioni, il metodo Forum.

    La condivisione, il dialogo, la mediazione è quello che io ho sempre definito “metodo forum”, cercando – in questi anni – di far capire che gli organismi di rappresentanza giovanili sono molto importanti, soprattutto a livello territoriale. In alcuni casi ci siamo riusciti, in altri abbiamo ancora molto lavoro da fare. Ma il nostro compito, verso il Paese ed i giovani, sarà compiuto solo quando riusciremo ad esportare, nelle Istituzioni, il metodo Forum. Ed allora potremo dire che anche i sogni, ogni tanto, diventano realtà.