• Il futuro è dei giovani. La mia ultima riflessione da ‘giovane’.

    Dare continuità alle politiche per l’infanzia e l’adolescenza ed a quelle per i giovani, dotandoci anche di strumenti legislativi e figure istituzionali di riferimento. Lascio con il rammarico della Legge Quadro sulle Politiche Giovanili. Ho vissuto dodici anni indimenticabili, unici, irripetibili.

    Alessandro Magno morì a 33 anni, intossicato dall’elleboro bianco, che veniva usato dagli antichi con la credenza che scacciasse i demoni dal corpo, ma aveva avuto il tempo di conquistare un impero, viaggiare fino ai limiti del mondo conosciuto, contemplare la vita e anche la morte, cosa che secondo il poeta Alfonso Gatto, devono  fare gli occhi di un giovane. Wolfgang Amadeus Mozart se ne è andato a soli 35 anni, dopo aver donato al mondo musica immortale. Stesso destino di Garcia Lorca, le cui parole scaldano ancora i cuori sensibili.

    Va anche detto però che il generale Custer quando massacrò donne, vecchi e bambini sul fiume del Sand Kreek, aveva solo 20 anni. L’imperatore Caligola, a termine della sua breve e dissennata vita, lasciò in eredità solo follia e crudeltà gratuita.

    L’essere giovani non è insomma necessariamente sinonimo di merito, talento e statura morale.

    Il problema sorge però, in particolare in Italia, quando è un’intera classe politica e dirigente a rassicurare di essere giovane dentro, senza più esserlo, e forse senza mai esserlo stato, pur di non mollare il potere, le cariche e talvolta sontuosi privilegi. Determinando in tal modo quell’incancrenirsi della vita pubblica che passa sotto il nome di gerontocrazia. Ovvero l’esclusione dalla vita pubblica, e dai mestieri delle le nuove generazioni, condannate al ruolo di comparse in un presente senza futuro.

    Scriveva Eugenio Montale in Trentadue variazioni, nel 1973: ‘’I giovani che si agitano un po’ dovunque non se ne rendono forse conto, ma il loro vero problema non è né sociale né economico. A loro non interessa più nulla, ecco il fatto’’.

    Per nulla togliere alla straordinaria capacità di leggere il mondo da parte del grande poeta, io la vedo diversamente.. E lo vorrei dimostrare con i numeri, quelli che noi del Forum abbiamo raccolto con l’Anci nella ricerca di Cittalia. Da essa emerge chiaramente che i giovani partecipano quando hanno l’opportunità di farlo, dove la politica è più umana e accessibile. Partecipano dunque alla vita politica e sociale del loro comune, ritenuto dal 90% dei giovani interpellati come l’istituzione più prossima al cittadino e in grado di rispondere in modo più efficace alle loro necessità.

    E ancora: sono oltre 26mila i giovani impegnati politicamente a livello locale, un dato in crescita rispetto al 2008.

    Parliamo di sindaci e vicesindaci, assessori, consiglieri che hanno un’età compresa tra i 18 e i 35 anni. Il 70% di questi ultimi si concentra soprattutto nei piccoli comuni con meno di 5mila abitanti.

    E poi vanno fatte altre considerazioni. Sono scomparse le scuole di formazione politica, che hanno segnato la storia del novecento. Le vecchie sedi di partito, luoghi dove la politica entrava nel quotidiano e coinvolgeva anche tantissimi giovani. Luoghi dove certo la politica diventava anche cieca ideologia, o professione fine a se stessa, però diciamocelo, la politica è una professione in senso di competenza: la macchina del governo non può essere improvvisata.

    Il mondo dell’informazione in generale non aiuta. I processi mediatici, il sensazionalismo, il talk show ridotto al pollaio, sempre le stesse facce in tv. Forse aiuterebbe se stessero più in parlamento meno negli studi televisivi.

    Qualcosa è però cambiato anche in parlamento, tanti giovani non si erano mai visti. Merito anche nostro, forse, che da anni solleviamo il problema del rinnovamento generazionale.

    E’ un dato di fatto: quello in carica è il Parlamento più giovane della storia della Repubblica italiana: con una età media di 45 anni alla Camera dei Deputati, e di 53 anni al Senato. La scorsa legislatura l’età media era rispettivamente di 54 anni e 57 anni. Ed è anche il Parlamento con il maggior numero di donne mai registrato: il 32% alla Camera e il 30% al Senato. Merito nostro? Diciamo che è merito di tutti coloro che hanno compreso che un Paese capace di futuro non può escludere i giovani dall’amministrazione della cosa pubblica.

    E soprattutto è adesso importante che i giovani in Parlamento riescano finalmente a realizzare quelle riforme attese da troppo tempo che possano garantire prospettive per tutti i giovani fuori dai palazzi.

    Serve, detto in altre parole, una classe dirigente che non sia giovane solo all’anagrafe, ma nelle azioni concrete, dimostrando audacia, coraggio, mancanza di timore reverenziale di fronte ai grumi di potere e alle rendite di posizione che bloccano il Paese; che abbia quel pizzico di follia e idealismo, caratteristiche tra le più belle e preziose della gioventù.

    Non si riflette mai abbastanza sul fatto che i patrioti e gli eroi che combatterono e sacrificarono la vita per fare l’Italia unita nella seconda metà dell’ottocento, e poi che la liberarono nel secondo dopoguerra, erano quasi tutti giovani. E non potranno che essere i giovani a far tornare grande il nostro Paese.

    C’è però un altro passaggio da dover compiere: l’equiparazione tra elettorato attivo e passivo. Questa è una battaglia di principio. Mi spiego: con la proposta di legge di modifica costituzionale, che abbiamo più volte presentato alle istituzioni, intendiamo introdurre l’equiparazione dell’età per eleggere e per essere eletti. Oggi alla Camera puoi votare a 18 anni, ma puoi essere eletto a 25.

    I giovani vanno fatti partecipare, non possono solo essere usati in campagna elettorale. Per questo ribadisco l’importanza di abbassare il diritto di voto a 16 anni. Di questa, come di molte altre proposte che potrebbero riavvicinare i giovani alla politica ovviamente non se ne parla, perché è molto più comodo così. Io ritengo invece che bisognerebbe discutere di cose concrete: il diritto di voto è un elemento chiave della partecipazione nei processi democratici.

    Alcuni studi dimostrano la correlazione tra la partecipazione precoce e durante la vita alle votazioni. L’Europa deve promuovere una cultura di partecipazione democratica, garantendo la democrazia sostenibile e partecipazione dei giovani nei processi democratici decisionali.

    L’Europa ha bisogno di concedere ai giovani i diritti che si adattano ai loro doveri, e l’Italia ne ha ancora più bisogno. Tutto questo andrebbe messo in stretta correlazione con l’equiparazione dell’elettorato attivo e passivo, e con una serie di altri provvedimenti.

    Nel 2011 il disegno di legge fu approvato all’unanimità dalla Camera dei deputati, poi tutto si è fermato. Dobbiamo insistere, fare l’ultimo sforzo.

    E’ c’è un altro fronte aperto, nel mondo delle professioni.

    Il problema del ricambio generazionale investe un po’ tutti i settori della vita pubblica.

    Questo significa che gli anziani escludono i giovani con un sistema di cooptazione molto poco meritocratico. Basta guardare ancora una volta ai numeri: l’età media dei giornalisti professionisti è di 54 anni, i medici under 35 sono solo il 12%, mentre il 56% ha più di 50 anni e 11% più di 60 anni. E poi prendiamo i notai: una professione blindata, a numero chiuso, con pensione a 75 anni. Ce ne dovrebbe essere uno ogni settemila abitanti, di notaio, ma sono la metà. La concorrenza di fatto non esiste, e le tariffe restano salatissime. E queste sono le conseguenze, anche per le tasche dei cittadini, della gerontocrazia.

    C’è chi sostiene che l’anagrafe non è di per se stessa sinonimo di onestà e competenza politica. L’inesperienza e l’eccesso d’impeto in politica può costare caro, ai cittadini. E la competenza si acquisisce con gli anni”.

    Argomento che ha una elementi di verità. Sono d’accordo che “giovane” non è una categoria morale. Ritengo però che il ricambio generazionale sia l’antidoto all’autoreferenzialità della politica e delle classi dirigenti. il problema è che un trentenne che arriva in una posizione di comando poi ci resta trent’anni. Dovremmo evitarlo.

    Memento audere semper, dovremmo tornare alla saggezza dei latini; non è necessariamente vero che con il turn over generazionale determina il rischio di disperdere preziose competenze.

    Dovremmo dare continuità alle politiche per l’infanzia e l’adolescenza ed a quelle per i giovani, dotandoci anche di strumenti legislativi e figure istituzionali di riferimento.

    In questi giorni mi sono soffermato sul dossier “DisOrdiniamo! La prima fotografia delle istituzioni centrali e delle risorse nazionali dedicate all’infanzia e all’adolescenza” realizzato dall’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza. Emerge un quadro complesso che la stessa Autorità sintetizza in tre parole: frammentarietà, invisibilità e sostenibilità. Raccolgo l’appello del Garante Vincenzo Spadafora, e lo faccio mio, sull’esigenza di una figura di riferimento che abbia il compito di coordinare una cabina di regia che raccolga tutti i soggetti istituzionali che oggi operano in materia di infanzia e di adolescenza, spesso senza un obiettivo comune.

    Il Parlamento ed il Governo, nel 2016, dovrebbero regalarci questo. Assieme ad una legislazione sui giovani, che in Italia manca. Dal 2004 ad oggi si sono succeduti diversi disegni di legge, ma non si è mai arrivati all’approvazione. Le politiche giovani, soprattutto dal 2006 in poi, si sono “evolute” soprattutto in fase di elaborazione progettuale, tanto da riuscire a colmare il gap con gli altri Paesi europei (dove in molti casi esiste un Consiglio Nazionale dei Giovani). L’Italia dovrebbe fare qualche sforzo in più.

    In questi anni, dalla fondazione ad oggi, siamo riusciti a raggiungere traguardi importanti, alcuni visibili e altri meno. Questo no, ed è per questo che lascio la piattaforma con il rammarico di non aver raggiunto l’obiettivo della Legge Quadro sulle politiche giovani. È qualcosa che serve veramente per dare ordine e maggiore rappresentanza ad una generazione e all’associazionismo giovanile. Sono certo che chi arriva saprà centrare l’obiettivo, noi le basi le abbiamo realizzate.

    È la mia ultima riflessione da “giovane”. Tornerò ad occuparmi di politiche giovanili, anche al di là del Forum Nazionale dei Giovani – che domani formalmente lascio -, perché sono convinto che il futuro di questo Paese riparta dalla cultura, dal turismo e dall’investimento sui giovani. Buon 2016!